Rosa Selvaggia (Recensione “Elements”)

Ritorna dopo circa due anni di silenzio il progetto di Emilio Mucciga (vocalist), Giuseppe Taibi (basso) e Vincenzo Brucculeri (chitarra), stabilmente localizzato all'incrocio tra dark wave anni '80, elettronica e post rock. Come oramai d'abitudine, anche questa volta la veste grafica è molto personale, lontana dagli stilemi del genere, a simboleggiare la loro voglia di uscir e dal coro delle migliaia di band cloni dei maestri del passato. E ci riescono alla grande: rispetto al precedente lavoro, c'è senz'altro un'evoluzione nella cura degli arrangiamenti, ma soprattutto viene fuori la grande ispirazione e personalità della band, con la voce di Emilio Mucciga stracolma di malinconia, a marchiare indelebilmente ogni pezzo. Indimenticabili i primi due brani, ottimo il terzo: il suono oramai è qualcosa di monolitico ed unico, scevro di marcate influenze e pronto per essere apprezzato non solo più da pochi appassionati. Ancora "I'm sure" e "Star's child", altre due gemme da segnalare in un lavoro di alto livello. Impressionanti. 
(M/B'06)

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ASCENSION MAGAZINE (Recensione “Elements”)

amEcco, "Elements" dei Two Moons (gruppo italianissimo, di origini siciliane, con base a Bologna) il secondo disco che fa seguito a un ottimo esordio quale "Colors". Qua le canzoni portano a compimento il percorso iniziato, limano gli errori e insistono su ciò che già su quelle prime tracce brillava. Viene mantenuta la stessa energia e potenza, raffinando la verve e curando nei dettagli la scrittura delle musiche. Si ascoltino l'elusività perfetta e straniante del paradiso cold "The Scream", viaggio dalla pura atmosfera wave, intensa, accerchiante o la magnifica catarsi elettronica di "Live To Give" (…dove siete Simple Minds dei bei tempi?), col suo incedere convincente e l'interpretazione ficcante. Una malinconia rarefatta dal ritmo irresistibile, dalla dolcezza imponente che si fa strada tra i tessuti elettrici, fredda e romantica e sicurissima come la strategia chitarristica che domina e conquista le vette di "Star's Child". È l'anima più riflessiva e indagatoria della band, che sconvolge i piani e sa essere altrettanto ruvida, si fa via via largo tra la furia dei primi brani (come l'hit "Rain") e ci lancia una suggestiva sfida attraverso vere e proprie visioni postmoderne che vivono tra i synth e le mille luci delle nostre giungle urbane. L'ascesa finale si assesta questa volta tra i paesaggi nostalgici di un Bowie berlinese in "Leaves" e gli input totalmente industrial di "Crazy World". Eppure c'è ancora la natura e c'è ancora l'uomo in copertina: la pianta dei Two Moons, come nella bella e misteriosa illustrazione ad opera di Paula Braconnot, che affronta il nostro sguardo e continua a crescere rigogliosa. 

Pierluigi Marchetti

Voto: 8,5

 

ascensione

 
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DISTORSIONI (Recensione “Elements”)

Terzo lavoro della band bolognese Two Moons formata da Emilio Mucciga voce e testi, Giuseppe Taibi basso, chitarre e programming e Vincenzo Brucculeri chitarre e sampler,“Elements” segue l’ep "The First Moon” del 2010 e l’album“Colors” del 2012: il disco è uscito autoprodotto, ma da poco il gruppo ha firmato per l’etichetta bolognese Irma Records. Come nei precedenti la musica dei Two Moons ha come guida la dark wave post punk di Bauhaus, Cure, Joy Division, gruppi cui si rifanno non solo per le sonorità o per il canto, ma anche e soprattutto per le atmosfere, la sensibilità, l’umore delle loro composizioni.  Non è certo un caso se una loro cover diHeart And Soul apparirà nella compilation “3.5 Decades – A Joy Division Italian Tribute” in uscita a giugno. E’ infatti proprio all’indimenticato gruppo di Ian Curtis che i nostri sembrano ispirarsi maggiormente in questo loro ultimo lavoro.

 

 

Il disco inizia con Welcome To My Joy che ha i ritmi monocordi e chitarre che rimandano allo shoegaze, con la voce di Mucciga evocatrice di mondi oscuri, seguono tre brani nei quali gli elementi atmosferici e climatici sono richiamati sin dai titoli: SnowRain e Autumn, in tutti e tre i casi le atmosfere grigie, umbratili, monotone che la neve, la pioggia e le two moonsgiornate autunnali evocano diventano un vero e proprio paesaggio dell’anima ad evocare solitudine, abbandono («as snow that makes no noise she goes away» in Snow), difficoltà di scegliere, ansia («it's so damn hard, the rain consumes me, the rain controls me», inRain), il senso di sconfitta e di amarezza («in this time another battle that I've lost» in Autumn). Le successive tracce si muovono sostanzialmente su queste stesse coordinate, anche se un uso maggiore dell’elettronica – che ricorda gli Wire – in canzoni come Brand New o Live To Give non sempre è convincente. Appaiono più consoni ai tre musicisti bolognesi i ritmi dilatati, le atmosfere notturne e decadenti, quelle che si manifestano per esempio in The Scream, il brano che ci è piaciuto di più, una sorta di dark blues malato e decadente, le note della chitarra sembrano perdersi nella nebbia della notte e la voce uscire dalle pieghe del dolore dell’anima; la notte dei Two Moons è molto scura e l’alba sembra essere lontana, ma non è affatto una cattiva idea trascorrerla insieme alla loro musica.

 

Voto: 7/10

Ignazio Gulotta

 
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ROCKLAB (Recensione “Elements”)

La discussione sterile in seno al concetto di ‘nuovo’ in musica, così ben descritta da Simon Reynolds nel suo ‘Retromania’, sta monopolizzando, a ragione, buona parte del processo evolutivo che la critica moderna ha intrapreso a partire dal nuovo millennio. Ovvio diremmo, anche se oggi probabilmente il discorso necessità di un cambio di vedute serio, non tanto nella sacrosanta ricerca dei padri, quanto nell’analisi del contesto. I famigerati piedi nel presente. Insomma, c’è un sacco di buona, innovativa e stimolante musica in giro: non aspettiamo decenni per accorgercene. Il nostro paese è in prima linea. Difficile, davvero difficile ignorare le produzioni nostrane rimanendo all’ombra qualunquista del “Past is always better” quando sul mercato proponiamo gente come Mombu o Aktion. Un’ondata Post-Punk che s’ingrossa a vista d’occhio, rivelando la nostra rinomata capacità d’interpretazione, a volte adiacente al concetto d’innovazione assoluta. Sventolato l’Italico tricolore, oggi vi parlo di una fantastica band Bolognese nata nel 2009 dalle menti di Emilio Mucciga,Giuseppe Taibi (MisterRips) e Vincenzo Brucculeri (Nils). Si fanno chiamare Two Moons.

 

 

Composizioni per la descrizione di un attimo, spesso dettate dalle suggestioni che madre natura ci sussurra. Figli di una Dark-Wave dalla quale rimangono sempre equidistanti, mai calligrafici: nutrono dapprima le proprie composizioni di funerea minuziosità gotica – Ricordiamo il primo “The First Moon”, Ep nel quale manifestano forte la propria fedeltà a Peter Murphy (Bauhaus) – per poi sciogliere la pece sulle lacrime di Robert Smith (Cure) con l’uscita del secondo lavoro “Colors” – Primo Full Lenght – .  Oggi, con “Elements” sembrano aver già effettuato il salto decisivo, quello giusto. Una splendida cover art disegnata da Paula Braconnot, funge da cicerone all’interno di una selva nella quale lasciar la propria anima libera in un creato a tinte malinconiche. Ascoltando l’interpretazione vocale di Emilio, viene immediatamente alla mente l’ultimo Bargeld (BlixaEinsturzende Neubauten) emergere alle spalle del maestro Murphy  ’Welcome To My Joy’, particolareggiandone un’esposizione ora identificabile, netta . Poi l’elettronica a là Bernard Sumner sale prepotentemente in cattedra ‘Rain’, facendosi prima glaciale ‘Autumn’ e poi sognante ‘Leaves’. Pezzi inquieti nati per sottolineare la caducità dell’essere umano, della propria natura tormentata ‘Crazy World’, capaci di scorgerne al contempo quell’atavico desiderio d’approfondimento interiore. Questo, con buona pace di chi non placherà la propria sete di contraddittorio, significa aggiornare un suono glorioso, attualizzarlo, renderlo capace di una vita scissa dai fasti del passato, quindi futuribile.

Two Moons – Elements
7.5 / 10 stars

 

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VER SACRUM (Recensione “Elements”)

Dopo il buon Colors, ecco il terzo lavoro dei Two Moons, progetto italiano in attività già da un quinquennio circa, la cui carriera è in questo periodo in piena ascesa, dal momento che stanno raccogliendo parecchi apprezzamenti in giro. Anche essere stati scelti, con  una cover di “Heart and Soul”, per la compilation  3.5 Decades – A Joy Division Italian Tribute in uscita il prossimo giugno a cura di Darkitalia è una soddisfazione non da poco.  In effetti, dopo la prima fase in cui i Two Moons sono parsi a molti più che altro legati alle sonorità ‘oscure’ degli anni ’80, Elements è la prova che i nostri stanno maturando ed acquistando uno stile personale di tutto rispetto. Le dieci tracce dell’album sono pervase da un’atmosfera estremamente tenebrosa, a volte arcana ed impenetrabile; la musica però è ‘piena’ e varia e, all’occorrenza, sa coinvolgere, se non travolgere. Apre l’ottima  “Welcome To My Joy” proponendo, in verità, suoni abbastanza ‘tosti’ con una chitarra suggestiva quanto spettrale che, talvolta, fa rabbrividire. Subito dopo, “Snow” gela l’anima come il suo titolo, nel canto tutta la disperazione di svegliarsi in un pianeta deserto ed ostile. Ma in “Rain” siamo trasferiti in un labirintico mondo di macchine dove si rischia di perdersi, la cui colonna sonora sa di metallo lucido: chitarra e basso sanno magistralmente come dipingere questo scenario. Ripiega nella malinconia più sconsolata “Autumn” dove, sul ritmo uniforme, la chitarra fa decisamente meraviglie: gran pezzo, forse uno dei migliori; poi  “I’m Sure” trapassa in un clima da tregenda e ci si aspetterebbe quasi di vedere qualche demone in giro: è un sabba, l’eco inquietante che si percepisce sul fondo? Qui è la parte vocale ad affascinare. “Brand New” è diversa, vagamente ‘contaminata’ di rock e dunque contrasta con la seguente “The Scream”, in cui il ritmo rallentato, la chitarra improvvisamente addolcita ed il canto melodico, occasionalmente ‘sussurrato’, in effetti ‘spiazzano’. Dopo  un intermezzo di new wave classica (“Live To Give”) ed un altro più in linea con i tempi, cioè vicino alle sonorità dei migliori Editors (“Star’s Child”) – ma la chitarra, di nuovo, ‘giganteggia’ – ecco la splendida “Leaves”, sintesi nostalgica dell’intera opera, gotica e ‘sofferente’ nell’atmosfera: una chiusa che lascia ‘incatenati’. Superata l’emozione, il rumore ed il fumo ‘industriali’ della traccia ‘in più’ “Crazy World” non possono certo impressionare. Ecco un disco da consigliare senza riserve!

di Mrs. Lovett

 

http://www.versacrum.com/vs/2014/03/two-moons-elements.html

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RELICS-CONTROSUONI (Recensione “Elements”)

Freschi freschi di selezione all’Arezzo Wave, i Two Moons iniziano a raccogliere quanto seminato in questi anni, e aggiungerei meritatamente. Dopo averli ascoltati al Freakout di Bologna, mi sono ritrovato tra le mani Elements, terzo album (dopoThe First Moon e Colors) che conferma la maturazione del progetto nato nel lontano/vicino 2009, che miscela sonorità tipiche del dark wave anni 80 con spruzzate di elettronica, quanto basta per renderle più accattivanti e ballabili quando serve. Ovvio, detta così sembrerebbe uno dei tanti gruppi nati dalla voglia nostalgica di riottenere quel suono che, è dura accettarlo, ma oramai ha 30 anni suonati. Ma i Two Moons sanno colpire e coinvolgere con suoni e ambientazioni che paiono fantascientifiche, un po’ come fossimo in macchina in fuga da New York in una notte qualsiasi del ’97 e accendessimo la radio, sarebbe la colonna sonora perfetta.

Elements è un album da 10 pezzi (più una traccia fantasma, Crazy World che chiude il disco), da 52 minuti di durata, con pezzi che superano tutti abbondantemente i 3:30, segno che fa intendere una scelta artistica che da più importanza all’evoluzione dei propri pezzi senza convogliarli nelle classiche strutture che potrebbero strozzarli proprio sul più bello. Al primo ascolto l’album pare un susseguirsi di ambientazioni che danno sfogo all’immaginazione onirica, sembrano quasi colonne sonore dai toni futuristi, sposando a pieno la definizione con cui i Two Moons presentano il loro ultimo lavoro: “un dialogo con se stessi mentre il mondo si sgretola tutto attorno”. E mi pare che calzi a pennello.

I brani hanno un equilibrio magistralmente costruito, le tastiere non sempre sono un tappeto, e in pezzi come Rain e Brand New sono protagoniste, con chitarre che amano essere caotiche e nascoste tra mille echi e riverberi a volte portati all’eccesso, creando quelle atmosfere sognanti che vengono contrapposte a un basso ruvido e quadrato nel suono e nell’esecuzione, che diventa fondamentale nella fase ritmica, creando originali spunti che difficilmente cadono nel banale. Il tutto arricchito da una batteria che spazia tra ritmi minimali supportati da una post-produzione che ne definisce sapientemente il suono, e una voce che ha l’arduo compito di guidarci in questo lungo viaggio. Oltre al singolo Rain, ancor più valorizzato dalla collaborazione con Stephan Zlotescu per la realizzazione del video, sono da apprezzare Autumn, uno dei pezzi più belli del disco, con i riff di chitarra che incantano con i loro effetti e un basso che ne scandisce i ritmi impreziosendo il tutto, e I’m sure con un cantato che ricorda Blixa dei mitici Einstürzende Neubauten misto ad atmosfere horrorifiche in pieno stile 28 giorni dopo.
Ma è inutile cercare similitudini a Elements, un dark wave con sfumature ambient, che mai annoia ma coinvolge. Un applauso sincero ai Two Moons, di gruppi così in Italia ce ne vorrebbero di più.

 

di ANdy Harsh

 

http://www.relics-controsuoni.com/2014/03/two-moons-elements-autoprodott-2014-di-andy-harsh.html

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ONDAROCK Recensione (ELEMENTS)

È di qualche giorno fa la notizia che i Two Moons sono stati scelti come uno dei nomi di punta per partecipare alla compilation “3.5 Decades”, un omaggio del made in Italy emergente a un modello a dir poco invulnerabile come quello dei Joy Division. Già, perché se c’è una band proveniente dal quinquiennio magico ’77-’83 che è riuscita a mantenersi preponderante e affascinante agli occhi di almeno quattro generazioni di discepoli, quella è proprio il quartetto di Salford, modello indiscusso pure di quel revival che ad inizio millennio si è prodigato nel primo grande restauro post-moderno del mondonew wave.

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AMBOSS MAG – Recensione “COLORS”

Amboss Mag 

Die 2009 gegründete Band aus Italien verschmelzt in ihrem Sound zwei Seelen und hat sich dafür dann auch den passenden Namen gegeben. Auf der einen Seite steht eine betörende Ausführung des Cold Waves, während andererseits eine elektronisch verspielte Note zum Vorschein kommt. Während einige Facetten an alte 4AD Bands erinnern, könnte man im Opener “Stars” oder “automatic smile” am ehesten Vergleiche zu Escape with Romeo ziehen, weil auch der männliche Gesang ein wenig an Thomas Elbern erinnert.

In Songs wie “Nothing” gibt es betrübte Soundcollagen, die Melodie schleicht hier fast unbemerkt in die Szenerie. Die Stimme wird hier zum Erzähler, während die instrumentale Begleitung fast minimalistisch über die samtenen Harmoniebögen schleicht. Es entstehen Momente der Ruhe, die teils durch verzerrtes Riffing zersetzt werden, sich später dann zusammenfügen um in getragener Eleganz zu verbleiben. Schräge Tonagen und elektronische Dissonanzen prägen das verstörende und schräge “the Well”. “Moon that watches me” glänzt durch Einsatz einer weiblichen Stimme, welche dem Song reichlich Sinnlichkeit verleiht. Der Zweierkanon (maskulin/Feminin) im Verlauf hat gar ein wenig choralen Charakter. Das verquere “inner City” braucht etwas Zeit sich zu entwickeln, während die Soundcapes in den 80ern umherwandern und dezent ins Studio von Kraftwerk schauen, vollziehen die Saiten schon dunkles Eigenleben. Im Verlaufe des Songs kommt es dann zur feierlichen Vereinigung um danach den Verlockungen des “Labyrinth” zu folgen. Die Atmosphäre wird kühler und ein bedrohlicher Darkrock Moloch kämpft mit hymnischen Melodielinien. Der Gesang lässt sich nicht beeinflussen und bleibt seinem dunklen Timbre treu. “Nothing” wird von bedrückenden, kalten Industrial Klängen eingeleitet. Die Stimmbänder scheinen aus dem Keller zu kommen und sind dadurch mit Hall besetzt. Und plötzlich befindet man sich mitten in einem sich wiederholenden Chorus.

Die überraschende Verschmelzung von 80er Dark Wave (Bauhaus, Joy Division,…..) und modernem Elektrosound ist dem Trio perfekt gelungen. (andreas)

http://magazin.amboss-mag.de/two-moons-colors-cold-wave-dark-electro/

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ASCENSION MAGAZINE Recensione (Live 23.6.12 Swiss Dark Night)

Ascension Magazine 32

TWOMOONS

"live 23.06.12"

(CDr, Swiss Dark Nights)

I Two Moons di Bologna, che vi avevamo presentato sul numero scorso di Ascension Magazine, sono il piatto più fresco di questa prima serie di official bootleg made in Svizzera. I loro suoni, saldamente legati alla lezione postpunk/dream-pop inglese degli anni ottanta come a quella della contemporanea scuola indie, sono i piùfedeli alle ultime tendenze della scenadarkwave. Se a Yabanci e Vidi Aquam è piaciuto colpire duro il pubblico di Ponte Tresa, i Two Moons si sono invece divertiti a mesmerizzarlo, a chiuderlo in un vortice di sonorità wave/psichedeliche soffici e raffinate . Un sound dove il basso, profondo, malato, onnipresente, ha un ruolo fondamentale e insostituibile.

Un basso non metronomico come quello di Peter Hook, ma di scuola più alla Steven Severin, più aperto, imprevedibile, sfarzoso in quei pochi momenti in cui decide di abbandonare l'oscurità.

Come diceva Valerio di Swiss Dark Nights nelle note introduttive del nostro articolo " i Iive costituiscono eventi irripetibili,

l'anima punk che avvolge una buona parte della nostra cultura riscalda ogni performance in modo unico…" Detto , fatto, e allora eccovi i Two Moons nella loro dimensione più spontanea, quella più distante dalla perfezione degli studi di registrazione e più vicina al nostro animo umano. Quali differenze tra i Two Moons su disco e i Two Moons "nudi e crudi" ripresi su un palco animato da spie, amplificatori, cavi e "possibili" problemi tecnici? Tante e nessuna. Un suono che si diversifica solo per particolari tecnici ma che, prendendo a campione un brano come "My Oxygen", non cede di una virgola il suo potere di comunicare ed emozionare. L'ho detto 1000 altre volte ma lo ripeto di nuovo: basta paragonare tutti e tutto quello che è indie ai Joy Division e agli Editors!

 

Alex Daniele (Ascension Magazine)

Pierluigi Marchetti

Ascension MAGAZINE 30 – Primavera 2012

 

 

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SENTIREASCOLTARE Recensione (COLORS)

 

SA"If you want, the colors are millions. It is easy to choose". Questa è la frase che balza all'occhio dopo aver sollevato il cd dal tray trasparente per introdurlo nel lettore (sì, quelle cose d'altri tempi…): ma quali sono i colori nella tavolozza dei Two Moons? Prova a spiegarlo Alexa Invrea, autrice del dipinto in copertina, con il contrasto stupefacente tra un acceso sfondo giallo-verdognolo e la figura di un angelo imbronciato, androgino, dalle ali piumate. Ci aiuta anche il logo della band, con l'abbraccio di una mezza luna nera e una bianca. Colors è un disco che si compiace dei suoi enigmi, delle sue ambivalenze, che vive in atmosfere notturne e rappresenta un omaggio sincero alla stagione d'oro della dark-wave. Una spremuta filtrata d'influenze (prevalentemente anglosassoni) rielaborate con un proprio linguaggio e con buone canzoni a supportare l'intera operazione.

Potrebbe sembrare una facile scorciatoia, oggi, tuffarsi a pesce nelle sonorità tanto care ai Bauhaus, a Blixa Bargeld e al mondo che ruota intorno alla 4AD di Ivo Watts-Russell. Ma qui siamo nel terzo millennio, a Bologna, e i ragazzi (Emilio Yan Mucciga alla voce, Giuseppe Taibi al basso, alle chitarre, ai campionatori e alla drum machine, Vincenzo Brucculeri alle chitarre e ai sampler e Angelo Argento alla batteria) non sono degli sprovveduti. Autori di una proposta che rinuncia alla lingua madre, con nove canzoni (più una ghost track) in inglese, hanno celebrato con il loro primo album (il precedente lavoro The First Moon, del 2009, è un Ep) un matrimonio felice e lugubre, come un film di Tim Burton, tra il post-punk tutto chitarre, basso e batteria e l'elettronica dei Depeche Mode d'antan. A volte i due mondi s'intrecciano, altre volte tengono le debite distanze. A fare da collante è la voce di Emilio, che lavora su tonalità profonde, tipicamente dark, evitando di eccedere nella teatralità.

Ian Curtis li guarda dall'alto, immaginiamo compiaciuto, mentre si dilettano nell'opening track Stars (l'atmosfera è claustrofobica, i synth entrano nella scena con prepotenza e verso la fine, per stemperare gli animi, suonano come il sottofondo di un vecchio videogioco Arcade), mentre al Gary Numan odierno farebbe comodo, in repertorio, un brano come In The City. Taibi (che si è occupato anche del missaggio e della post-produzione) fa il Peter Hook della situazione, con la riverenza che si deve ai maestri, nel gioiello Labyrinth (dalla melodia indovinata e il suono robusto). I pad fluttuano nello sfondo della title track, mentre la voce eterea, affogata nel riverbero, di Francesca Bono (Ofeliadorme) dà quel tocco in più per far decollare Moon That Watches Me. La batteria elettronica di Automatic Smile richiama i pattern indimenticati di Lament dei Cure, mentre in Nothing i quattro spostano le lancette con un trucco e presentano la loro Day Of The Lords.

Nonostante le premesse, è lampante che i colori che i Two Moons prediligono sono il nero e il viola, e le luci sono rigorosamente al neon. I contrasti però si compensano e creano un dipinto che affascina, che vive nel presente pur rievocando il passato. C'è un po' da lavorare su alcuni dettagli, ma Colors a conti fatti resta un documento incoraggiante di una band che può affinare ulteriormente le proprie armi e stupirci con il prossimo album.

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