6 Marzo 2014 admin

ONDAROCK Recensione (ELEMENTS)

È di qualche giorno fa la notizia che i Two Moons sono stati scelti come uno dei nomi di punta per partecipare alla compilation “3.5 Decades”, un omaggio del made in Italy emergente a un modello a dir poco invulnerabile come quello dei Joy Division. Già, perché se c’è una band proveniente dal quinquiennio magico ’77-’83 che è riuscita a mantenersi preponderante e affascinante agli occhi di almeno quattro generazioni di discepoli, quella è proprio il quartetto di Salford, modello indiscusso pure di quel revival che ad inizio millennio si è prodigato nel primo grande restauro post-moderno del mondonew wave.


Ma dei Two Moons si diceva: un lungimirante primo Ep che pareva collocarli sulla scia di chi i Bauhausnon li ha mai dimenticati, poi due anni fa un debutto sulla lunga durata che stava più dalle parti dei primi Cure e smorzava parzialmente gli iniziali entusiasmi in virtù di almeno un paio di discutibili scelte (la registrazione lo-fi e la scarnificazione sonora). Eppure già in questi due preamboli (ad una maturità che si concretizza “solo” oggi) la figura di Ian Curtis pareva comparire quasi nell’ombra, dietro spessi strati di chitarra prima e crude linee di basso poi. In “Elements” l’impressione si materializza senza più veli, come se la band avesse deciso tutto d’un colpo di fare out-out sacrificando le due “maschere” che avevano caratterizzato le due precedenti incarnazioni.

Il disco è una dichiarazione d’amore all’oscurità, che oltre al fantasma del mito Curtis schiera in prima linea arrangiamenti elettronici graffianti (Gary Numan dopo la resurrezione), qualche sussurro velatamente ebm, anarchia sintetica controllata (perché Bernard Sumner di moda non è mai passato) e una nuova e inedita tendenza all’alienazione che non è difficile ricondurre ai sempreverdi insegnamenti dei Wire. In giro si trova poco, ma quel poco già basta a segnare il cammino: trattasi di “Rain”, inno killer che qualsiasi amante di Clock Dva e seguaci non disprezzerà di sicuro. Il paradossale e fumosointro di “Welcome To My Joy” avvolge dall’inizio in una decadenza da metropoli macchinale, in accordo con il circo espressionista della successiva “Snow”.

Il crepuscolo post-romantico di “Autumn”, fra le vette dell’intero lavoro, torna su quei lidi che gli Editorsdi “In This Light And On This Evening” avevano traslitterato in modernità, ripristinando il grigiore del basso e la vena noir perduta. “Brand New” migra invece per suoni e atmosfera negli States, assieme all’algida e robotica “I’m Sure” che condisce il tutto con una spruzzata di cibernetica apocalisse. I rallentamenti di “Star’s Child” e “The Scream” sono forse gli unici pezzi in tracklist a non risaltare per carica atmosferica: all’estremo opposto si situa il sogno decadente di “Leaves”, stavolta non nascondendo l’apprezzamento per i primissimi Cocteau Twins.

Non è ancora la fine, però, perché dopo la traccia dieci è la volta della bellezza di sedici tracce composte da loop a bassissimo volume, ciascuna denominata con una lettera della scrittaTWOMOONSELEMENTS, fino a giungere alla numero ventisette: un breve divertissement di cacofonia post-punk dalla guida robotica, qualcosa che dall’intro di “5-8-6” sembra trarre un insegnamento decisivo. Se è vero che il restauro del modernariato sonoro può avvenire in due modi – aggiornando alla contemporaneità o cercando di rasentare al top i suoni originali senza per questo sembrare meri cloni – pochi gruppi in Italia possono vantare in quest’ultima pratica la stessa abilità dei Two Moons. Se non l’avessero fatto, un disco simile da loro era lecito esigerlo.

(06/03/2014)

di Matteo Meda

VOTO 7

Support us
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •