2 Febbraio 2017 admin

Recensione – “Cognitive Dissonance” su “ROCKIT”

Ricordate come inizia il monologo del Riccardo III di Shakespeare? Fa più o meno così: “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano“. Un incipit così ti fa raggelare, letteralmente, l’anima. Allo stesso modo i lavori dei Two Moons, come questo “Cognitive Dissonance”, recano con sé un gradiente di profondo inverno senza possibilità di un estate del tutto inusuale per la musica ed i gruppi delle nostre latitudini. Certo la coltre delle nevi perenni è solcata da piccoli pigmenti scarlatti, non si sa se tracce di rossetto o macchie di sangue, che ben si sposano con le atmosfere evocate da pezzi come “Numbers” (da cui tra l’altro è stato tratto anche un video). “Number” è infatti pieno di riferimenti e rimandi anche molto ammiccanti, anche sexy verrebbe da dire, solamente se il paesaggio tutt’intorno non fosse così, mortalmente, immoto.

Ma il lavoro del gruppo di Bologna, orientato verso il lato più oscuro e nascosto degli anni ’80, con momenti ora più introversi e virati verso il proprio io (“Silent”), ora momenti più claustrofobici e senza respiro (“Destruction”), è un lavoro di qualità, di cesello dei propri pezzi più con il piglio del negromante o dell’alchimista, piuttosto che di quello dell’artigiano o del pittore. I Two Moons non sono proprio per niente un gruppo rassicurante ma che fa del disturbo, dell’essere disturbante, una propria precisa caratteristica.

E che disturbo sia allora, trasportati sulle ali color della pece, agitate a ritmo vagamente synthpop, di canzoni come “Across the Sky” e, soprattutto, della bellissima “The Monster”, sintetica, raffinata e marziale come un’esecuzione a sangue fredda condotta da un plotone di mercenari barbari vestiti di pelle. Non sappiamo se i bolognesi riusciranno a salvarsi, a redimersi dai propri peccati in questo continuo  sprofondare nei baratri dei nostri tanti “cociti” interiori: e non siamo neppure tanto sicuri abbiano tutta questa voglia e possibilità di salvarsi, proprio come il Riccardo III di William Shakespeare.

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