29 Novembre 2012 admin

SENTIREASCOLTARE Recensione (COLORS)

 

SA"If you want, the colors are millions. It is easy to choose". Questa è la frase che balza all'occhio dopo aver sollevato il cd dal tray trasparente per introdurlo nel lettore (sì, quelle cose d'altri tempi…): ma quali sono i colori nella tavolozza dei Two Moons? Prova a spiegarlo Alexa Invrea, autrice del dipinto in copertina, con il contrasto stupefacente tra un acceso sfondo giallo-verdognolo e la figura di un angelo imbronciato, androgino, dalle ali piumate. Ci aiuta anche il logo della band, con l'abbraccio di una mezza luna nera e una bianca. Colors è un disco che si compiace dei suoi enigmi, delle sue ambivalenze, che vive in atmosfere notturne e rappresenta un omaggio sincero alla stagione d'oro della dark-wave. Una spremuta filtrata d'influenze (prevalentemente anglosassoni) rielaborate con un proprio linguaggio e con buone canzoni a supportare l'intera operazione.

Potrebbe sembrare una facile scorciatoia, oggi, tuffarsi a pesce nelle sonorità tanto care ai Bauhaus, a Blixa Bargeld e al mondo che ruota intorno alla 4AD di Ivo Watts-Russell. Ma qui siamo nel terzo millennio, a Bologna, e i ragazzi (Emilio Yan Mucciga alla voce, Giuseppe Taibi al basso, alle chitarre, ai campionatori e alla drum machine, Vincenzo Brucculeri alle chitarre e ai sampler e Angelo Argento alla batteria) non sono degli sprovveduti. Autori di una proposta che rinuncia alla lingua madre, con nove canzoni (più una ghost track) in inglese, hanno celebrato con il loro primo album (il precedente lavoro The First Moon, del 2009, è un Ep) un matrimonio felice e lugubre, come un film di Tim Burton, tra il post-punk tutto chitarre, basso e batteria e l'elettronica dei Depeche Mode d'antan. A volte i due mondi s'intrecciano, altre volte tengono le debite distanze. A fare da collante è la voce di Emilio, che lavora su tonalità profonde, tipicamente dark, evitando di eccedere nella teatralità.

Ian Curtis li guarda dall'alto, immaginiamo compiaciuto, mentre si dilettano nell'opening track Stars (l'atmosfera è claustrofobica, i synth entrano nella scena con prepotenza e verso la fine, per stemperare gli animi, suonano come il sottofondo di un vecchio videogioco Arcade), mentre al Gary Numan odierno farebbe comodo, in repertorio, un brano come In The City. Taibi (che si è occupato anche del missaggio e della post-produzione) fa il Peter Hook della situazione, con la riverenza che si deve ai maestri, nel gioiello Labyrinth (dalla melodia indovinata e il suono robusto). I pad fluttuano nello sfondo della title track, mentre la voce eterea, affogata nel riverbero, di Francesca Bono (Ofeliadorme) dà quel tocco in più per far decollare Moon That Watches Me. La batteria elettronica di Automatic Smile richiama i pattern indimenticati di Lament dei Cure, mentre in Nothing i quattro spostano le lancette con un trucco e presentano la loro Day Of The Lords.

Nonostante le premesse, è lampante che i colori che i Two Moons prediligono sono il nero e il viola, e le luci sono rigorosamente al neon. I contrasti però si compensano e creano un dipinto che affascina, che vive nel presente pur rievocando il passato. C'è un po' da lavorare su alcuni dettagli, ma Colors a conti fatti resta un documento incoraggiante di una band che può affinare ulteriormente le proprie armi e stupirci con il prossimo album.

 

                

 

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