30 Settembre 2014 admin

SENTIRE ASCOLTARE (Recensione “Elements”)

 

 

Li avevamo lasciati nel 2012 con il più che discreto Colors, che spostava l’asse dei richiami dal dark dei Bauhaus verso atmosfere più in debito con certi Cure, con un tentativo apprezzabile di darsi un’identità fuggendo dal puro omaggio calligrafico al suono di un’epoca che ha felicemente contagiato, negli anni Duemila, diverse band di belle speranze da una parte all’altra dell’Oceano. Non poteva che essere un passo avanti, il successore Elements:inizialmente autoprodotto, l’album ha catturato l’attenzione della bolognese Irma Records (una tra le etichette protagoniste della scena dance, rap ed acid jazz degli anni Novanta, attenta da sempre alle sonorità più ricercate – e sede operativa anche di artisti internazionali come Sarah Jane Morris – che da un po’ ha aperto le porte anche a realtà indie e alle sonorità electro).

Ancora una volta, il trio composto da Emilio Mucciga (voce), Giuseppe Taibi (basso, chitarre, programming) e Vincenzo Brucculeri (chitarre, campionatori) dà all’artwork la medesima importanza attribuita alla proposta musicale, sottolineando un legame inscindibile tra il messaggio delle dieci canzoni e la suggestiva immagine in copertina – Babel, un’opera di Paula Braconnot in cui tre paia di occhi si mimetizzano tra le foglie e che al primo colpo d’occhio si rivela figlia delle più indovinate scelte grafiche di James Marsh per le copertine dei Talk Talk (in particolare le pupille dipinte sulle ali delle farfalle di The Colour of Spring). Sono occhi che ci scrutano con una serenità solo apparente, quelli sulla copertina di un lavoro che continua il discorso già iniziato con nuovi colori sulla tavolozza; si continua a venerare l’epopea dark-wave, ma con coraggio si inizia a guardare anche oltre, modellando le melodie attorno a consumate drum machine che si alternano a beat più attuali e corposi, a tastiere che non si accontentano più di fare accompagnamento puro e semplice ma si ritagliano un ruolo in primo piano, a una voce tanto teatrale quanto stranamente distante (una sintesi tra Blixa Bargeld, le asperità del giovane Richard Butler e persino, in più di un momento, lo sberleffo di Holly Johnson).

Le influenze eighties sono ancora ben presenti sulla mappa: Welcome To My Joy, scritta con il santino di Ian Curtis in tasca, ci invita a ballare su una pista da ballo posta sull’orlo del precipizio,Snow fa propria la lezione dei Depeche Mode con Alan Wilder nella line-up (come l’altrettanto validaI’m Sure) e anticipa una Rain poetica e abrasiva e Autumn, episodio che si colloca tra certi Camouflage e i più recenti White Lies. Sono gli Electronic di Johnny Marr e Bernard Sumner ad emergere in Brand New, mentre in Star’s Child torna ad aleggiare lo spettro del primo Robert Smith (qui i Two Moons trascinano a forza nel nuovo millennio pure gli U2 di Love Comes Tumbling,saltando senza rimpianti lo stadium rock e il più recente easy listening su cui gli irlandesi da anni indugiano). Alla fine di tutto c’è Leaves, eterea ma robusta, felice connubio tra i Cocteau Twins diHead Over Heels e i Simple Minds di Seeing Out The Angel. Per chi preferisce il supporto fisico c’è anche una stravagante ghost track, Crazy World, posta dopo sedici microtracce di silenzio da sei secondi l’una. Il suono di Elements è pulito, definito, lontano dal lo-fi di Colors – le idee sono ben organizzate, senza strafare, e c’è una nuova finezza negli arrangiamenti e nell’esecuzione. È il suono di una band cresciuta, che sa sempre più cosa vuole (e sa sempre più come ottenere al meglio i risultati che si prefigge).

 

Alessandro Liccardo – voto 7

 

http://sentireascoltare.com/recensioni/two-moons-elements/

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